
La Chiesetta di San Sivino sorge sul crinale dell’ultima collina verso il lago, al confine tra Manerba e Moniga, in una zona campestre e isolata, tra gli uliveti e in prossimità di un’area estiva per campeggiatori. Qui, dove i rovi e la vegetazione spontanea crescono liberi, il tempo sembra essersi fermato.
La chiesetta, piccola e raccolta, si affaccia su uno scorcio panoramico del lago di Garda, regalando a chi la visita un senso di quiete e contemplazione. Un tempo poco frequentata, era utilizzata solo per rare celebrazioni religiose.
Oggi, purtroppo, si trova in uno stato di abbandono, ma conserva intatto il suo fascino antico.
Attualmente, la cappella non è accessibile al pubblico e non è visitabile all’interno. L’area circostante, tuttavia, è raggiungibile a piedi e rappresenta una meta interessante per chi desidera esplorare luoghi fuori dai percorsi più battuti.
La Cappella di San Sivino si trova in località San Sivino, nella frazione di Gardoncino, territorio di Manerba del Garda, immersa in un paesaggio naturale fatto di campi, oliveti e sentieri, a poca distanza dalle sponde meridionali del Lago di Garda.
Dedicata a San Sivino, la fama di questa chiesetta è legata alla leggenda del mugnaio Marco e al suo patto con il diavolo, che, secondo la tradizione, avrebbe lasciato le proprie impronte sul muro della chiesa.
La leggenda narra che, intorno al 1200, un mugnaio di nome Marco arrivò in questa zona dalla valle del Chiese. Notata una polla d’acqua che scendeva dalla collina verso il lago, decise di acquistare il terreno per costruirvi un mulino. Gli affari andarono bene: buona parte della popolazione di Moniga si riforniva da lui, mentre il resto si serviva da un altro mugnaio situato al confine estremo del paese.
Dopo due anni, però, l’acqua venne a mancare. Il lavoro si fermò e il mugnaio rivale costruì un secondo mulino. Marco, disperato, si rivolse a San Sivino, ma senza successo. Allora decise di chiedere aiuto al diavolo, che incontrò travestito da frate, proprio mentre usciva dalla chiesetta. Il frate, nonostante i dubbi e le perplessità di Marco, riuscì a convincerlo: in cambio della sua anima dopo la morte, gli avrebbe garantito acqua in abbondanza.
Marco firmò il patto appoggiando la mano su una pietra: sentì un tremendo calore al braccio, uscì del fumo nero e la pietra, divenuta molle come cera, prese l’impronta incavata della mano. Il diavolo vi calcò poi il piede sopra, lasciando un’impronta nitida e perfetta. Il frate scomparve e, al suo posto, apparve improvvisamente un cavaliere bellissimo, coperto da un’armatura d’acciaio luccicante, in sella a un cavallo sontuoso, con gualdrappa ricamata d’oro e pietre preziose. Con tono solenne, il cavaliere ordinò a Marco di non rivelare quanto accaduto. Il mugnaio si rese subito conto di aver commesso un grave errore e cercò rifugio nella fede: corse verso la chiesa per chiedere aiuto a San Sivino, ma una forza arcana gli impedì di varcare la soglia, nonostante i ripetuti tentativi. Tornato al mulino, vide il canale pieno d’acqua e la ruota girare vorticosamente. Il lavoro riprese a pieno ritmo, portando alla costruzione di un secondo mulino e all’accumulo di molte monete d’oro.
Un giorno, però, Marco cadde da una scala ripida mentre portava sulle spalle un sacco di grano, procurandosi diverse fratture. Secondo il medico non c’era speranza di guarigione, così venne chiamato un sacerdote. Marco gli raccontò tutta la sua vicenda, chiedendo perdono a Dio e promettendo di donare tutte le sue ricchezze alla Chiesa. Nel momento in cui, alla presenza di testimoni, nominò la Chiesa erede dei suoi beni e ricevette l’assoluzione, un fragore infernale fece tremare la casa: una colonna di fumo e fiamme uscì sibilando dal camino. Marco era morto. Dopo aver composto il cadavere, si cercò l’oro nella casa, ma non si trovò nulla: lo scrigno era sparito con il diavolo. Il sacerdote, avendo compreso che col diavolo non si deve trattare, fece scolpire una croce sulla pietra, tra l’impronta della mano e quella del piede.
Un’ipotesi più realistica sull’origine di queste impronte è quella avanzata da Fabio Gaggia, esperto di storia locale. Secondo lui, esse simboleggerebbero un patto stipulato nel 1530 per risolvere un debito tra il Comune di Padenghe (rappresentato dal piede) e quello di Manerba (la mano), in seguito agli ingenti costi sostenuti per difendersi dalle invasioni militari. La stessa mano scolpita sulla porta d’ingresso potrebbe rappresentare le cinque “trazioni” (ossia suddivisioni) del territorio che si estende da questo luogo e, allo stesso tempo, dare credito a chi ipotizza che il nome Manerba derivi da “mano d’erba”, invece che dalla dea Minerva.
La struttura, tipica delle chiese rustiche lombarde, è ad aula unica con sviluppo longitudinale e presenta un impianto semplice a forma di capanna. È costruita con muri perimetrali portanti e due arconi trasversi su cui poggia una travatura lignea a vista che sostiene il tetto in coppi a due falde. Il prospetto principale, anch’esso a capanna, mostra un oculo centrale (ora chiuso) e un portale incorniciato in pietra, così come le due finestre laterali.
Sul lato sud si distingue un ingresso murato con stipiti in pietra che conservano curiose impronte di una mano, un piede e una croce greca: secondo una leggenda locale, risalente al XIII secolo, sarebbero tracce miracolose lasciate da un santo. A testimonianza di una struttura aggiuntiva ormai scomparsa, si intravedono anche i resti di una santella.
All’interno, lo spazio è segnato da due grandi arconi – uno a tutto sesto e uno leggermente ogivale – che introducono all’abside, coperta da una volta a vela. Dietro l’altare è visibile un affresco, databile tra XVII e XVIII secolo, raffigurante un tabernacolo con due figure di santi e la scritta “Ecce Sacerdos Magnus”. Al centro, un vano che probabilmente custodiva le specie consacrate.
